La coppia e l’amore

La domanda a cui tutti gli studiosi della coppia aspirano a rispondere è che cosa sia l'amore e che cosa attrae una persona verso un'altra persona.

Ogni autore ha descritto - secondo un proprio modello, con proprie metafore - l'incastro di coppia che sembra sfuggire alla razionalità. Al di là di ogni differenza, ciò che accomuna questi autori sembra sia l'accordo sul fatto che, attraverso la relazione amorosa, i singoli individui soddisfano i loro bisogni affettivi rimasti insoluti, cercano di risolvere conflittualità che avvertono premere dentro di loro per arrivare ad una conclusione, oppure desiderano ritrovare nell'altro parte del loro passato che hanno particolarmente amato, in una sorta di continuità.
Ogni coppia agisce questo con modalità proprie, dato che è l'incontro di personalità uniche e irripetibili.

Platone nel suo Simposio ci ha regalato una favola che costituisce una delle più interessanti intuizioni sulla natura dell'amore di tutta la storia dell'argomento, la favola raccontata da Aristofane.

Aristofane narra che in origine i sessi non erano due ma tre: l'uomo, la donna e l'unione dei due. Queste ultime creature avevano due volti, quattro braccia, quattro gambe, due organi sessuali e potevano liberamente camminare avanti e indietro. Alcuni erano composti da due maschi, altri da due femmine, altri ancora da un uomo e una donna.
Queste creature minacciavano gli dei: Zeus le tagliò in due creando uomini omosessuali, donne lesbiche e coppie eterosessuali. Dopo questa divisione, le due parti vagano desiderandosi a vicenda e andando alla ricerca reciproca. Hanno un solo obiettivo: vorrebbero rifondersi insieme.

Aristofane conclude che se ciascuno ha la fortuna di incontrare l'amante che lo completa ritornando così alla natura precedente, questi raggiunge la perfezione e la felicità.

L'innamoramento è uno stato di grazia. Aristofane, non a caso, parla di felicità. Così Freud definirà, in seguito, la vita amorosa come la via che nutre "l'ideale dell'Io". Viene amato l'oggetto che possiede le prerogative che mancano all'Io per raggiungere il suo ideale, tanto che "nella vita amorosa il non essere amati sminuisce il sentimento di sé mentre l'essere amati lo innalza".

Ma è nel 1967 che per la prima volta viene pubblicato un saggio in cui ci si interroga sulle modalità con cui si forma la coppia e quali siano le forze che mantengano l'unione: Marital Tensions - Tensioni coniugali- di Henry Dicks, in cui la coppia è analizzata non più guardando la caratteristiche dei singoli individui, ma la loro interazione. La coppia diventa, così, una unità che non si può definire come la somma di due singoli individui, ma come l'incontro di due persone che, attraverso le loro realtà, danno vita ad una terza e nuova realtà.
È lo stesso Henry Dicks ad affermare che l'attenzione viene posta "all'incastro tra i due mondi interiori". Incastro di coppia che Dicks afferma si possa definire un "rapporto terapeutico naturale".

Cosa interrompe questo momento magico? Cosa accade quando sentiamo che non siamo più disposti ad accettare l'altro che abbiamo voluto e desiderato come se in quel momento nulla più esistesse?

Quando due persone si incontrano, si incontrano le loro storie famigliari, storie portatrici di gioie e di dolori, di successi e fallimenti. Storie di famiglie con regole e valori diversi, con differenti approcci alla realtà, ognuna con propri eroi e antieroi.
Queste storie hanno lasciato in ciascuno di noi tracce indelebili, con le quali dobbiamo confrontarci.
Come racconta Aristofane, siamo alla ricerca di colui che possa riportarci alla perfezione, curare le ferite del nostro passato.
Chi può farlo meglio di colui che ci proclama il suo amore?
E chi meglio del nostro amore può guarire colui che sentiamo di amare?

Ecco il paradosso: l'onnipotenza dell'amore che tutto sana è destinata a piegarsi di fronte alla realtà. Quella che avvertiamo come delusione di ciò che ci aspettavamo dall'altro è semplicemente la sua impossibilità a soddisfare in maniera assoluta i nostri bisogni.

Amare è vedere l'Altro ed essere visti dall'Altro come un individuo con la propria storia, le proprie fragilità, i propri bisogni che, non sempre, si incontrano.
Imparare ad amare si può, lasciandosi alle spalle il mito di un sentimento che, solo per esistere, tutto sana: ognuno cerchi di prendersi cura di se stesso e accetti dall'altro ciò che può essere dato.

Kernberg, provocatoriamente, affermava che chi è capace di amare, potrebbe amare chiunque.

Dedicato alle donne

Ci sono momenti nella nostra vita in cui sentiamo l'esigenza di ripercorrere il nostro passato e, quasi inaspettato, sorge il desiderio di rivedere vecchie fotografie.
Facciamo ciò ritagliandoci uno spazio di silenzio e solitudine, uno spazio a noi sole dedicato, in cui niente e nessuno possa interferire con l'emozione che proviamo. Non vogliamo sentire parole di altri ma solo ascoltare le nostre sensazioni. Desideriamo che i ricordi ci avvolgano, che una dolce malinconia possa essere accolta per ritrovare la nostra continuità tra quello che è stato e quello che è.

Le fotografie parlano, ci dicono chi siamo state, quali sogni avevamo, parlano dei nostri amori, dei nostri dolori. Parlano di noi attraverso i nostri sguardi, i sorrisi e ci sorprendono nel modo in cui abbiamo scelto come vestirci, come pettinarci e come scegliere di mostrarci agli altri in sintonia con quello che immaginavamo e pensavamo di noi in quel momento. Guardandoci abbiamo pensato quante cose sono cambiate, quali parti di noi abbiamo lasciato e quali abbiamo potenziato, quali risorse abbiamo messo in campo e a quali, invece, di fronte ad inaspettati eventi della vita, abbiamo permesso di non avere più accesso.

Jean S. Bolen apre il suo libro "Le dee dentro la donna" con una frase di potente impatto emotivo: "Ogni donna è il personaggio principale nell'intreccio rappresentato dalla storia della propria vita". Ogni dea incarna una caratteristica assoluta che disegna le sue modalità di vivere ed ogni donna ha in sé la possibilità di risvegliarla. Riuscire a raccontarsi attraverso i miti ci permette di risvegliare una immagine che induce a rivedere il quotidiano come non più una sequenza di momenti sfuocati e sempre uguali a se stessi, ma come un quotidiano in cui ogni azione, ogni non-azione, ogni scelta, ogni non-scelta acquista un significato profondo, ci dice qualcosa di noi, ci fa essere agenti o ci mette in attesa per prepararci a ciò che dobbiamo fare accadere.

Le donne che vivono 'bastando a se stesse', che non si fanno sopraffare dai coinvolgimenti emotivi delle relazioni d'amore, che si sentono complete senza la presenza di un uomo, hanno attive le dee vergini: Atena, Artemide ed Estia.
Le tre dee vulnerabili, Era, Demetra e Persefone, vivono, invece, mettendo al centro della loro esistenza i rapporti amorosi. Sono dee distruttive ogniqualvolta vengono tradite, abbandonate.

Il mito di Medea insegna: tradita da Giasone, ella mise in campo la peggiore vendetta. Uccise i suoi figli divorandoli, lasciando al compagno una eterna disperazione.
La bellissima Afrodite sembra invece rappresentare l'incarnazione del giusto equilibrio tra la possibilità di una donna di godere della propria autonomia e libertà senza privarsi del piacere che l'intimità amorosa ci regala. Afrodite ama, ma non rimane mai vittima dei propri amori.

Ogni volta che avvertivano un cambiamento dentro di noi potremmo chiederci quale dea ha incominciato ad agire e a quel punto porci una domanda: siamo pronte ad accoglierla e a consentire che una nuova parte di noi si esprima?

Il viaggio di ogni donna deve diventare un viaggio verso la completezza. Riconoscere la dea che ci governa e potenziare altre forze che attendono dentro di noi. Possiamo anche decidere di attendere, non è il momento. Anche il non-cambiamento va onorato, purché esso sia una scelta.

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